ROSA TESTORI

Questa pagina è stata realizzata dall’Associazione Giovanni Testori, nel 2008, quando è stata creata una rosa molto bella, rossa, dal gambo lungo chiamata Rosa Testori.

18 maggio 2008

Voi non immaginate neppure quante rose ci siano nella vita e nelle pagine di Testori. Rose scritte, rose disegnate, rose regalate. La rosa è tenerezza, pienezza, fastigio, gloria, amore; è regalità e delicatezza; è sangue ed è velluto; è il cuore e anche il sesso; è rosa carnale e rosa mistica; è gonfia di vita e di malinconia. È trionfante e caduca. È felicità e nostalgia. È turgore e fragilità. È lo spleen di Lorenzo Lotto e la baldanza di Tanzio.

La rosa è la mamma Lina che visse la sua vita tra queste mura, amando questo giardino, curandolo in ogni dettaglio con intelligenza femminile e contadina. Le rose di qui, le galline di là.

Inizia così Corona per mia madre, poemetto non finito, del 1982

E, come rosa, rosa
da là, dove tu, rosa,
ed ora e sempre,
piccola, silenziosa, immensa,
nel riposarti stendi
e governi le pecore, le mandrie,
i nipoti, i pronipoti e i figli,
madre mia di Lasnigo.

Ed è rosa anche nell’atto finale di Conversazione con la morte, nel momento in cui al figlio – Giovanni – si disvela, per la prima volta, un destino positivo.

La rosa è anche il desiderio, come quello avventato e puro di Dino Rescaldi, il memorabile protagonista di un racconto della Gilda Sì ma la Masiero. Umiliato e dileggiato dagli amici per la sua passione impossibile per la regina del varietà, consuma la sua vendetta proprio con un mazzo di rose nascoste sotto il paletò.

“Cinque rose, non più, ma d’un rosso fiammante”.

S’avventa sotto il palco e riesce a darle alla sua regina, tra gli sguardi sconfitti e sconcertati degli amici.

“sono per te per te”… fece il Dino, e quelle parole non  le pensò, le disse.
In quel modo appena la soubrette accennò a mettere piede sulla passerella, il Dino sollevò le rose sino a sfirorarla; allora lei si fermò, le prese con delicatezza in una mano e allungò l’altra per stringere la sua.

Ma è anche l’amore scandaloso ma quanto tenero e impetuoso di Felicita per la sua Letizia

Certe volte era dolce ‘me una pegora che si fudesse indormentata lì, in del prato; o il petalo de una rosa, de quelle rampeganti, quando restano ultimissime e sole in sul ramo, che sta ‘rivando il tempo dell’inverna e la brina comincia a brusare tutto ciò che c’è in del dintorna.

La rosa è anche una gemma o una ferita.  È la rosa che risplende nella pittura e nell’immaginazione divorante di Testori. È la rosa di Tanzio, il pittore indomabile, la rosa canina che il bambino stringe, con prepotenza alpigiana, tra le dita nella pala di Lumellogno. E’ la rosa del Riale, la frazione di Alagna in cui Tanzio sarebbe nato. Proprio alle pendici del Rosa. E nella poesia dei Trionfi luci, immagini e significati si sovrappongono. È emblema di bellezza, è fiore di carne, è scheggia di eternità come i ghiacci del grande monte. Con Tanzio la rosa sale sul trono della vita.

Ma che dire, poi, delle sostanze e del modo con cui assommandole, torcendole e quasi triturandole, si concrea la materia del nostro Tanzio?

Anche qui, nomi di fiori; ma per suggerirci che i loro petali e le loro foglie si sono come mescolati; e altresì che i loro sughi, dolcissimi per un attimo, e poi subito amari, calano su queste carni miserande, su questi zigomi, su queste clavicole, e a momenti sembrano gelarvi, a momenti invece scaldarvisi come vero e proprio sangue.

Tanzio ha continuamente davanti a sé i colori della sua valle: ma non tanto la loro qualità ottica, quanto la loro sostanza materica. I bianchi dei ghiacciai; gli azzurri e i rosa delle nevi; i neri dei precipizi.

Ma non c’è solo Tanzio. C’è Gaudenzio con le sue carni
le carni tenere e rosa. È il senso materno che riaffiora, che riprende per mano Testori, che gli fa balenare un destino positivo, quello delle rose che fioriscono in Conversazione con la morte.

Ma la rosa è anche meditazione, è pensiero sulla vita e sul destino: se tu guardi la rosa, se tu mediti e impari,
scrive nella XXV dei Trionfi.

Che cosa si impara?

Gli risponde un  poeta, forse il poeta del 900 che più ha amato, Giorgio Caproni. Sono versi che mi ha ricordato, non per un caso, un amico che si reputa un po’ figlio di Testori, e che oggi è monaco in un monastero della Bassa. In un certo senso ce li affida.

Buttate via
ogni opera in versi e in prosa
Nessuno è mai riuscito a dire
Cos’è, nella sua essenza, una rosa

 

Associazione Giovanni Testori